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All'inizio don Sarino, il postino, si portava sconsolatamente le mani ai
capelli. Stentava ad abituarsi a quella capricciosa situazione: colpa
del sisma maledetto che, solamente a nominarlo, mi fa rizzare i capelli!
Da quando, all'indomani del terremoto, la gente si era sparpagliata per
le campagne, come tanti passeracci, per il portalettere era diventata
un'impresa da carabinieri scovare tutte quelle persone che, già da una
vita, conosceva di nome e anche di fatto, per poter consegnare loro le
missive. Così la posta, in quei giorni sbandati d'inizio sisma, si
accumulava nel suo borsone di cuoio stralucido e consumato con lo stemma
di ottone delle pt. Una soma a tracolla che si tirava dietro anche se
andava a spasso con la famigliola così che la gente, quando lo
incrociava, lo tormentava continuamente: «don Sarì, c'è niente per me?».
Lui, torvo, aguzzava lo sguardo e, insofferente, la degnava di un
«niente». D'altronde, a volte per strada, capitava di sentirsi chiamare
da lui, con un vocione da venditore ambulante, e vedersi sbandierare da
lontano una cartolina di "saluti e baci".
Il portalettere non riusciva a capire perché gli altri uffici, comprese
banche e scuole, rimanevano chiusi in quanto considerati "sinistrati",
mentre la posta doveva lavorare a pieno ritmo; tanto da rendere il
povero postino doppiamente sinistrato: nella persona e nel lavoro.
Purtroppo, la corrispondenza in arrivo bisognava distribuirla e allora,
chissà perché, ne arrivava a vagoni stracolmi. Perciò in quel periodo
don Sarino pareva invecchiato di dieci anni e la sera rincasava tanto
sudato e impolverato che più di un postino sembrava un muratore.
All'inizio aveva provato a consegnare la posta in bicicletta; ma i
paesotti della valle del Belice, contrariamente a quanto si possa
immaginare, sono situati su terreni movimentati: impervie colline e
dossi, invalicabili per le due ruote. Oltre al pesante borsone, egli
avrebbe dovuto trascinarsi dietro anche la bicicletta. Aveva subito
rinunciato. Per portare le lettere o i pacchi postali, in tutto
l'hinterland comunale, don Sarino faticava come un ciuco. Andava a
piedi, lungo le strade sconnesse e polverose per dirigersi a Giacheria,
Cannitello o Catena, aiutandosi spesso con un bastone o una canna
strappata da qualche campo. Allora in lontananza, con la tracolla che lo
tirava giù come una zavorra, sembrava un San Cristoforo. Ma niente lo
fermava: alla ricerca dei destinatari percorreva le peggiori trazzère;
con un incedere lesto e sacrificato: attraversava ogni recinto, anche di
filo spinato, siepi, fossi e guadi. Il già scarso prestigio della posta,
intanto, si era ridotto a zero. A volte, mentre distribuiva la
corrispondenza, i cani dei poderi, a causa della sua andatura bislacca,
s'inquietavano e si alteravano. Ed era tutto un abbaiare ostinato che
annunciava il suo arrivo tanto che era costretto a tenere sempre le
tasche del già pesante giaccone rigonfie di sassi, da usarsi
all'occorrenza. Capitava anche di ritornare col borsone tragicamente
ancora pieno perché non aveva trovato nessuno. Ma quando lo svuotava era
rigonfio di omaggi ortofrutticoli: arance, broccoli, mazzi di cipolle,
carciofi, fave fresche, a seconda della stagione. Poiché per la gente
era un eroe, l'unico vero lavoratore in un paese ridotto forzatamente a
riposo e faceva a gara per offrirgli ospitalità o il solito caffé,
sempre ben accetto, che poi lo faceva andare spedito come una gazzella.
Fortunatamente tutti quegli sfollati vennero raccolti nelle tendopoli,
altrimenti, per continuare a svolgere quel lavoro di postino, ci sarebbe
voluto il cavallo come ai tempi di mio nonno. Ma non crediate che tutte
quelle tende, messe in fila come un accampamento nomadi, favorissero il
ritrovamento dei destinatari! Don Sarino, all'inizio, non conoscendo le
nuove destinazioni dei cittadini, brancolava come un miope senza
occhiali, e, in mezzo a quelle tende bifamiliari, in fila per sette, non
faceva altro che chiedere: «dov'è Tizio?, dov'è Caio?», poi era tutta
una catena di S. Antonio per scovare tutti quei Tizi e quei Caio o far
viaggiare, via mano, qualche letteruccia spiegazzata.
Anche se il peso del borsone a tracolla gli dava il portamento contorto
d'una pianta d'olivo, lo zelante postino, si aggirava, fra tutti quei
fili e picchetti delle tende, saltellando come una ballerina del Teatro
S. Alessandro. Almeno, ora che non andava per campi, aveva un aspetto
curato e comunque più confacente alla sua persona: oltre alla pancia
prominente, faccione tondo e colorito, occhialoni scuri, e sguardo
sbrigativo. Sembrava un esattore sperduto. In effetti, quando non
trovava i destinatari, si sentiva tanto perso che avrebbe avuto voglia
di buttare tutte quelle lettere in aria fra la gente, come fossero
confetti sulla sposa.
Passava la sua giornata a consegnare le lettere nelle tre tendopoli di
Giacheria, Cannitello, Madonna di Trapani così, senza alcun recapito,
dando semplicemente un'occhiata a tutte quelle facce già note che gli
suggerivano, a colpo d'occhio, nome, cognome ed indirizzo ante-sisma. Ma
non sempre trovava gli interessati nella propria tenda perché la gente
era spesso attirata da tutti quei camion e furgoni strapieni di stracci
e doni che arrivavano da ogni dove per essere distribuite ai sinistrati.
E così non sapeva mai dove lasciare la posta perché, i malfidati,
chiudevano le tende con lucchetti e catene che sembrava ci tenessero
chissà quali preziosi. Fortuna che l'ingegno di don Sarino non conosceva
barriere! Si era subito organizzato e appuntava le lettere ai lembi
delle tende con le mollette dei panni, se proprio non doveva ripassare
l'indomani per una raccomandata. Poi, quando finalmente aveva preso
dimestichezza a ballonzolare fra tutti quei paletti per scovare i
destinatari più imboscati, la cittadinanza, quasi dispettosamente, si
trasferì nei piccoli ricoveri delle amplissime baraccopoli e, per il
postino, ricominciò il solito calvario per apprendere i "nascondigli
residenziali" della popolazione! Stavolta dovette imparare tutto un
cifrario di sigle e numeri per risalire al tipo di baracca (espi,
Bartolaso ecc.: dai nomi delle ditte fabbricanti verso cui era stato
fatto defluire qualche rigagnolo del fiume miliardario pro-Belice.) Va
da sé che il povero don Sarino divorava chilometri, ingoiava malcontento
e smangiava calzature (che poi si potesse consolare sul fatto che
buttava giù la trippa, era un'altra cosa!).
Insomma era un'ardua impresa continuare quel mestiere soprattutto perché
sulle lettere gli indirizzi si mantenevano sempre di più sul vago. Colpa
di queste rivoluzioni residenziali, a malapena conosciute dagli
interessati figuriamoci dalle fantomatiche persone del mittente. Non era
raro trovare posta con indirizzi riferiti agli svariati periodi (antesisma,
tendopoli o baraccopoli); a volte, gli scriventi esasperati, si
limitavano ad indicare solo il nome senza aggiungere altro, come a voler
dire: poi se la vede il postino che, certamente, conosce tutti.
Ma ci fu un periodo di stasi mentale per il povero portalettere, poiché
gli abitanti, perfidamente vittime delle loro radicate insoddisfazioni,
si scambiavano le baracche come fossero giornaletti: il tutto per stare
vicino ai parenti. E don Sarino, in quei giorni di assestamento
residenziale, sballottava sconsolatamente il borsone strapieno per le
nuove interminabili vie. Stavolta ci mise un bel po' ad organizzarsi per
far fronte alla nuova, sempre provvisoria, complessa situazione. Dovette
dividere la mappa cittadina in tanti lotti ed affidare un po' della
posta ai ragazzi aiuto-postino, assunti nel frattempo.
Poi, bene o male, il tempo trascorse per tutti divorando le gioventù e
le varie amministrazioni, che si succedevano a ritmo elettorale. Ad ogni
vigilia di elezione, in paese, si sfoggiava l'affascinante parola
ricostruzione, calamitante voti e consensi, come un invito a pranzo
(perché la gente va presa nel momento del bisogno e all'apice
dell'impellenza). Le promesse, a lungo andare, sempre più remote e
sempre più blande, rimanevano semplici parole cosicché tutto ristagnava
sfiancando sempre più i cittadini. Dal canto loro i vari gruppi di
partito si scambiavano acerrime invettive sulle responsabilità per le
mancate attuazioni delle iniziative deliberate.
Col tempo, brutta abitudine, si fa il callo a tutto e la cittadinanza,
già avvezza ad assuefarsi ad ogni disgrazia, apprese che avrebbe dovuto
adeguarsi anche al miserabile, incerto futuro. Anche il postino si
adattò alla nuova rete stradale imparando pazientemente i nuovi
recapiti. Intanto la parola ricostruzione, diventata per un periodo
obiettivo irrangiungibile, riapparve come un sole fra la nebbia fino a
diventare realtà concretizzabile. Allora al "baraccato" orizzonte
cittadino, apparvero le prime abitazioni -quando ormai la gente si era
abituata a non guardare avanti-, tutti, all'improvviso, rialzarono la
testa cominciando a pensare seriamente di dedicarsi compatti alla
realizzazione delle loro aspirazioni.
Il propagarsi delle nuove abitazioni era proporzionale alla frequenza
dei cambi di guardia comunali: lentamente si delineava l'abitato
prossimo venturo.
Il nuovo centro urbano cresceva ad alveare e si espandeva a vista
d'occhio, già cominciavano a delinearsi le case, i marciapiedi, le
fognature, i negozi, le piazze e le vie. La cittadina, che ogni giorno
si popolava di famiglie, diventò presto un intricato dedalo di vie,
viuzze e vialoni e, mentre questo paese di cemento armato cresceva con
gli anni, divorava l'altra città fittizia: la baraccopoli.
Immaginate lo sconforto del povero don Sarino che si trovava nuovamente
al punto di venti anni prima (con la toponomastica cittadina non faceva
altro che imparare l'arte e gettarla via!). Ora non si capiva se quell'agglomerato
urbano in espansione fosse quasi una città o un quasi-cantiere. Intanto
la gente ci abitava pressoché tutta e si era alle solite: mancavano i
nomi delle vie. Il postino, e non solo lui, navigava in un mare
d'incertezza. Questa volta dovette imparare i numeri dei lotti e dei
comparti. Era una situazione indecente e tutti lo gridavano a pieni
polmoni. Bisognava decidersi a intitolare le vie della nuova cittadina.
Quell'anno, dopo innumerevoli fumate bianche, l'accordo politico più
abbordabile fu quello di un pentapartito. I disaccordi erano l'unica
certezza paesana ben radicata, un'abitudine cui anche i politici non
vollero staccarsi neanche per decidere il futuro delle strade della
cittadina.
La nuova città era costituita da una grande piazza, tagliata da un
vialone centrale da dove dipartivano una serie di grandi strade
principali e dalle quali poi si ramificavano le altre secondarie fino a
formare agglomerati di case come piccoli quartieri.
I personaggi più prominenti ed "apolitici" del paese furono delegati
alla stesura di un piano ex-novo di "toponomastica urbana": il professor
Tortorici preside di scuola media e storico locale (simpatizzante
comunista), l'arciprete padre Barbera (democristiano fino alla tonaca),
un vecchio geometra che tutti chiamavano ingegner Tumminello (socialista
fin dai tempi di Nenni), il maresciallo dei carabinieri in pensione
Barrile (missino dichiarato), il presidente della pro-loco, ragioniere,
da tutti chiamato "professore", Caleca (verde arcobaleno) ed il
cavaliere Sampieri (benestante e socialdemocratico). Il colloquio andò
così.
Il geometra propose di dividere le strade per ordine di grandezza e
quindi associarle ai personaggi da nominare per ordine d'importanza
storica.
Si cominciò col cercare di dare un nome al vialone principale.
L'Arciprete, che parlò fra i primi, propose subito di dedicarlo alla
memoria del Papa "Buono" Giovanni XXIII che tanto amore e fratellanza
aveva fatto germogliare nel mondo.
«Ma non scherziamo!» lo fermò prontamente il presidente della pro-loco,
«caso mai sarà da chiamarsi "viale 15 Gennaio", a ricordo del giorno che
ci ha ridotti in questo stato di lastrico perpetuo in modo che,
chiunque, passando da queste parti, associ lo squallore del panorama
urbano a quel giorno maledetto che portò in rovina la nostra cittadina».
«Stai a vedere che adesso lo commemoriamo quel giorno, che è solo da
dimenticare!», lo interruppe indignato il geometra, strappandogli la
parola, «per me è da dedicare alla memoria del valoroso capitano
Becchina che portò alto il nome d'Italia e scrisse quello della nostra
cittadina fra le genitrici di eroi nazionali». Tutti si tappavano le
orecchie per non sentire l'enfasi di quelle esagerazioni da patriota
fallito. Il maresciallo, che era un po' sordo, invece, si mise la mano
dietro il padiglione auricolare per sentire meglio e prontamente
s'indispettiva, agitando l'indice destro:
«Il generale Barrile, mio parente, ha portato ben più in alto il valore
dei cittadini...».
«Un momento, un momento», disse pacioso il ragioniere-professor Caleca
«Perché allora non la chiamiamo via "Giacheria" come l'antica via che
percorreva lo stesso tracciato, in modo che questi nomi antichi non
abbiano a perdersi?»
Tutti obiettarono però che un paese nuovo, con nomi vecchi, voleva quasi
dire che già nasceva decrepito.
Senza approdare a soluzioni alternative il discorso si spostò sul nome
da attribuire alle strade principali da cui si diramavano una serie di
straduzze secondarie. Il professor Tortorici propose di dedicarle ai
nomi dei grandi del comunismo.
«Eh sì!» s'adirò subito padre Barbera «v'immaginate una nuova cittadina
rovinata già sul nascere con tutte quelle vie Gramsci, via Stalin, Via
Lenin, Via Togliatti?, oggi che il comunismo ormai ha fatto capire
quello che è. Ci sono nomi ben più significativi: volete confrontarli
con via De Gasperi, o addirittura via Aldo Moro che è attualissima e
suona giovane come il paese che sta per rinascere» e si faceva rosso per
l'emozione di aver acchiappato la parola quasi di prepotenza.
«Di giovane in questo paese non c'è neanche l'infanzia, se è tirata su
da queste vecchie teste di legno!» Fulminò tutti il ragioniere Caleca
«...che cosa c'entra tirare in ballo la politica anche sul nome delle
strade dove far nascere le nostre figliolanze? Allora dedichiamole alla
cultura, agli scrittori Siciliani: Tomasi di Lampedusa, che qui ci
visse, Pirandello, Verga, Quasimodo, Sciascia...» e, irritato, batteva i
pugni sul tavolo. «Un momento, un momento!», lo interruppe il professor
Tortorici, «non possiamo dedicare tutto un paese ad una sola categoria
di personaggi, bisogna variare, creare le zone: città, fiumi,
scienziati, scrittori, musicisti, pittori, eccetera, è così che si fa» E
il benestante cavaliere Samperi, da mezz'ora col dito alzato perché
nessuno gli dava la parola, si fece avanti coraggioso, schiarendosi la
voce. Accortosi però di aver dimenticato il discorso preparato
mentalmente, tentennò:
«Sì, ma con quale criterio scegliere le zone da dedicare?, ci dovrà
esserne uno logico!» E i loro sguardi muti e dubbiosi s'incrociavano
impotenti e furono al punto di partenza... e continuò così per tutte le
serate delle varie sedute e non ci si cavò nulla di concreto tanto che
alla fine bisognò tirare a sorte. Si capiva che c'era lo zampino della
politica e quando è così, di accordi neanche a parlarne. Insomma, da non
crederci: s'era dovuto sorteggiare!
Sono passati due anni, da quando sono state affisse agli angoli delle
strade le targhe di metallo stampato, con i nomi delle strade estratti a
sorte e don Sarino, coriaceo e paziente, ha ingerito anche questa
ennesima "pillola a memoria", imparando a tempo di record i nomi di
piazze e vie con la vana speranza che fosse l'ultima volta. Dopo le
ultime elezioni la nuova giunta ha portato nell'animo cittadino un nuovo
fervore giovanile. Tutti giovani gli eletti i quali, dopo i fatti di
tangentopoli, fanno ben sperare. Però per il postino, a sua insaputa,
qualcosa di spiacevole si agita nell'aria comunale.
Nel giorno di consiglio è tutto un vociferare di malumore che sembra il
preannunciarsi di un temporale:
«Una vergogna! Nomi tirati a sorte come fosse una riffa. Non ci si mette
d'accordo nemmeno sui nomi delle vie. Paese di pecoroni, roba da vecchie
amministrazioni post-fasciste». Si lamentava, con i consiglieri,
l'assessore pidiessino Gravaglia, giovane aitante e rosso in viso per
l'emozione.
«Tutto un guazzabuglio di nomi senza senso», confermava, il consigliere
de La Rete, Neli «...Una via Tomasi di Lampedusa dispersa in periferia,
fra vie con nomi di fiumi e città, neanche fosse stato leghista, nemmeno
il conforto di stare fra gli altri scrittori. Una via Pirandello che è
un vicoletto cieco, roba da farlo rivoltare nella tomba povero vecchio».
«È un indecenza!» bofonchiava il nuovo sindaco. Stavolta furono unanimi
nel progettare un nuovo piano di riordino sensato dei nomi da dare alle
vie, incarico affidato all'architetto Ronchetti che lavorava presso
l'ufficio tecnico del comune.
Risultato: il vialone fu conquistato da Tomasi di Lampedusa, la piazza
grande accaparrata dal sempre grande Pirandello e gli altri scrittori,
siciliani e non, si dovettero accontentare di stradine secondarie. I
musicisti si presero un intero rione di strade come pure gli scienziati,
un altro rione andò ai nomi di città e un ennesimo ai nomi dei fiumi.
Così da non sprecare nemmeno le targhe già stampate: soltanto un
semplice spostamento delle stesse in perfetta armonia con le nuove leggi
antisperpero.
E una mattina d'inizio estate il povero don Sarino guardava sconsolato
gli operai comunali appollaiati sulle scale di legno, tutti presi in
quel generale smonta e monta che in una settimana avrebbe rivoluzionato
i nomi delle strade e la testa del povero postino.
Stavolta don Sarino allargava le braccia: era esausto. La sua memoria
cominciava a perdere colpi. Come succede a tutti, stava facendosi
vecchio. L'idea di dovere imparare per l'ennesima volta come uno
scolaretto, gli mandava in scompiglio il cervello: con gli anni era
diventato svogliato. Aveva maturato gli anni di servizio e,
sollecitamente, presa la decisione di andare in quiescenza.
Ieri mattina, all'ufficio pensioni presentava la sua domanda. Viso
stanco, occhiaie evidenti, insonnia lampante. Mentre firmava il modulo
non faceva altro che ripetere:
«... non è possibile... ma siamo pazzi! Quando è troppo è troppo!». Gli
impiegati sorridendo e dandosi di gomito cercavano di distoglierlo:
«Ch'è successo don Sarì?» e lui incurante e imperterrito: «Quando è
troppo è troppo!» e già varcava l'uscita col borsone a tracolla come se
avesse appena consegnato la posta. (1993)
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